La tua Milano, amore, fa paura
e mi tratta da esule e sbandita.
E in casa nostra ogni nostra cosa
mi guarda male, come risentita.
Ogni cosa ti chiama, ti reclama,
e mi lascia cosí, sola e spaurita.
E tutto il tempo testimonia il tempo
del dolore indiviso della vita.
E in tutto il tempo trovo tregua il tempo
che ti sto accanto, anima ferita.
Patrizia Valduga, Libro delle laudi
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La Valduga ha fatto sua la crisi di linguaggio della poesia moderna. Non è un poeta in crisi, ma un poeta che parla con la crisi, servendosene. [...] Non so trovare o vedere, oggi, un linguaggio poetico che sia più linguaggio di questo.
Luigi Baldacci
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Lei aveva 28 anni, lui ne aveva appena compiuti 49. Lei era una giovane studentessa di lettere (a Venezia, sotto la guida di Francesco Orlando), con una raccolta di versi ancora inedita e una buona dose di sfacciataggine, lui – già allora – era uno dei più grandi poeti italiani: Giovanni Raboni. Al telefono lei gli disse che i suoi testi preferiva consegnarli di persona, che delle poste non si fidava: oggi, quando ricorda quei momenti ammette: «ovviamente volevo sedurlo».
Sembrerebbe un cliché, invece è l’inizio di un grande amore durato ventiquattro anni. Per lei, che quel giorno si presentò a casa di Raboni «ubriaca e vestita da pazza», lui lasciò la seconda moglie e giurò, sapendo di non mentire, che l’avrebbe amata «per tutta la vita e anche dopo».
I versi che quel giorno Patrizia Valduga portò al suo futuro compagno dovettero attendere a lungo prima di essere letti: «Gli piacevo ed era terrorizzato che le cose che avevo scritto gli facessero schifo». Invece gli piacquero, e già l’anno dopo i primi Medicamenta uscivano per Guanda.
«Ho avuto un gran culo», commenta la Valduga, e allude alla carriera ma soprattutto alla vita: «Ho vissuto ventiquattro anni accanto a un genio».
Certo, l’incontro con Raboni fu determinante, ma non ci volle molto perché Patrizia Valduga dimostrasse (forse più ai lettori e alla critica che a se stessa) una capacità che nulla aveva a che fare con l’influenza del proprio mentore.
Diversamente da quanto accedeva per la maggior parte dei giovani poeti contemporanei, la Valduga ha da sempre costruito i suoi versi sui più tradizionali schemi metrici, dalle terzine alle ottave ai sonetti, una rigidità che, scrisse Luigi Baldacci, «serve all'autrice per poter incanalare la piena sensuale che traspare dalle sue composizioni poetiche e per attenuare il suo lessico estremamente crudo ed erotico». Fu subito chiaro che accanto all’istrionismo, alla bellezza, alla sensualità giocosamente esibita, Patrizia Valduga poteva vantare un talento rarissimo, e che la «protetta» di Raboni sarebbe presto diventata a sua volta una delle più grandi poetesse italiane.
Nell’89, dopo La tentazione uscito per Crocetti, Patrizia Valduga approdò alla «bianca» einudiana: sei, da allora, le raccolte pubblicate in questa collana, fino al 2004. Poi il silenzio. Perché quello fu l’anno in cui quel dopo anticipato nella promessa d’amore del compagno divenne infine presente: Raboni morì a metà settembre, e la Valduga si chiuse in un lutto che sembrava aver inaridito la sua vena poetica.
Eppure proprio da lì, dal lutto e dalla solitudine inenarrabili (Ma senti adesso un’altra verità: | non so piú con chi parlare, Giovanni.), che nasce questo Libro delle laudi. Un’opera dolente, ma che contiene, in filigrana, tutta la gioia dell’amore reciproco e profondo che legava i due poeti.
Diviso in tre parti, che paiono evolversi man mano che del lutto si prende coscienza, il Libro delle laudi comincia con quei versi che chiudevano la postfazione agli Ultimi versi di Raboni, pubblicati da Garzanti. Come a riprendere un discorso interrotto, come a dire: solo da lì, dal punto in cui è finita, si può ricominciare. Scritte durante la malattia del compagno, queste prime poesie sono preghiere e invocazioni di una donna che non vuole essere lasciata, che tenta disperatamente di tenere a sé l’amato, che offre e contratta con chi se lo sta portando via (Signore della morte e della vita, | nessuno piú di lui merita vita. | Signore di ogni tempo di ogni vita, | per la sua vita ti dò la mia vita).
Da qui nascono, come due possibili direzioni che scorrono in parallelo, le altre sezioni del libro: una privatissima, nella quale biografia, psicologia e letteratura danno forma a una sorprendente autoanalisi che è insieme meditazione e rivelazione (Venite, endecasillabi, venite! | Cercate ancora diligentemente... | La ragione si trova ragionando: | razzolate il recinto della mente!); l’altra più dura e arrabbiata ma anche più «aperta» al mondo, al quale la poetessa si rivolge in forma d’invettiva, rievocando i versi civili più accesi dell’ultimo Raboni (Tutto è prostituzione trionfante, | e ripugnante oltre ogni misura. | Ehi, direttori! io vi denuncio | per vilipendio della letteratura).
Rabbia, disperazione, sensualità, consapevolezza, solitudine, passione: ecco cosa c’è nel Libro delle laudi. Tutt’altro che inaridita, l’ispirazione poetica di Patrizia Valduga pulsa e straborda e si raccoglie attorno alla memoria del compagno scomparso, celebrando un amore che – non c’è dubbio – continua anche dopo.