Giorno della Memoria 2012

Qui non ci sono bambini


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I bambini è l'olocausto è il tema proposto quest'anno dall'ONU per il Giorno della Memoria. E a Torino aprirà proprio il 27 gennaio la mostra che per la prima volta porterà in Italia i disegni di Thomas Geve, raccolti da Einaudi nel volume Qui non ci sono bambini.

Geve ha tredici anni quando, nel 1943, viene deportato ad Auschwitz. Sembra più grande della sua età, il che, nella logica folle del campo, è una fortuna: i bambini al di sotto dei quindici anni vengono mandati direttamente alle camere a gas, lui, invece, finisce ai lavori forzati. Thomas sopravvive alla violenza e alla tortura quotidiana e l'11 aprile del 1945, quando le truppe alleate irrompono nel campo e liberano i prigionieri, è libero.

Ed è allora che fa qualcosa di unico nella storia delle testimonianze dei sopravvissuti: disegna. Per conservare la memoria dell'inferno e raccontare ciò che ha visto, si procura delle matite colorate, un bene prezioso e inarrivabile durante i giorni della prigionia, e trasforma il retro dei moduli e dei formulari delle SS nei 79 disegni che saranno esposti al Museo Diffuso di Torino fino al 13 maggio.

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Pubblichiamo per i nostri lettori, in forma leggermente ridotta, uno dei saggi che accompagnano i disegni di Geve in Qui non ci sono bambini.

Con occhi da piccolo storico e da ingegnere
di Volkhard Knigge*

A proposito dei disegni realizzati subito dopo la liberazione del campo di Buchenwald, in maggio e giugno del 1945, per illustrare la sua vita nei campi di sterminio di Auschwitz e di Gross-Rosen e nel campo di concentramento di Buchenwald, Thomas Geve racconta di averli fatti con occhi da bambino e da ingegnere.

Il mio primo incontro con lui risale al 1991, a Zurigo. Gironzolavo in un negozietto di libri usati della Froschauergasse quando mi cadde lo sguardo sulla copertina di un libriccino tascabile nello scaffale dedicato al fascismo. Pubblicato da una casa editrice di Gerusalemme nel 1958, si intitolava Youth in Chains e l’autore era Thomas Geve. Non ero molto intenzionato ad acquistarlo. A quell’epoca, infatti, lavoravo più sui temi della visualizzazione e simbolizzazione dei crimini nazisti che sulle testimonianze dei sopravvissuti ai campi di concentramento, e a prima vista quel libro non mi diceva granché. Non aveva illustrazioni e in copertina, senza grande originalità, figurava in modo quasi stereotipato un pezzo di filo spinato su un minaccioso sfondo ocra e nero.

Stavo per rimetterlo al suo posto, ma gli diedi comunque una rapida scorsa, per scarico di coscienza. Allora il mio sguardo fu attratto da alcune righe che produssero su di me l’effetto di un’onda d’urto. L’autore scriveva, non senza una certa amarezza, che in realtà quell’opera altro non era se non la trascrizione di un quadro o, più esattamente, di una serie di disegni eseguiti dopo la sua liberazione dal campo di Buchenwald. Aggiungeva che il destino lo aveva per così dire costretto a «tradurre in parole» i suoi disegni, poiché fino a quel momento nessuno aveva prestato loro la minima attenzione.
Avevo quindi in mano un libro che si definiva come la trasposizione letteraria di un’opera grafica più che come una testimonianza memoriale; il suo intento era soprattutto quello di salvare dei disegni dal disinteresse e dall’oblio in cui erano piombati. Mi assalirono allora svariate domande: chi era la persona che aveva così disegnato la propria vita prima di raccontarla per iscritto? Com’erano quei disegni per i quali nessuno aveva manifestato interesse?

Prima di conoscere personalmente Thomas Geve sulla banchina della stazione di Weimar, nel febbraio del 1995, l’ho «incontrato» di nuovo, ma questa volta attraverso gli occhi di una giovane donna svizzera, che invece non aveva voluto distogliere lo sguardo da quei disegni.

Siamo nel 1945 e Liselott Walz ha appena vent’anni. Dopo matura riflessione decide di agire, di abbandonare i soliti sentieri battuti della retorica della ripugnanza, intrisa di risposte precostituite e manifestazioni di feroce disgusto per le conseguenze del nazionalsocialismo. Invece di chiudere gli occhi di fronte agli eventi, Liselott Walz vuole trarne le conseguenze. Atteggiamento tanto più coraggioso in quanto le sarebbe stato facile cavarsela dichiarando che, in quanto svizzera, non era né responsabile né coinvolta. Invece fa esattamente il contrario. Già alla fine del 1944 decide di partecipare a un corso di formazione per aiutare le vittime, dopo la guerra. Concluso il tirocinio, si arruola come volontaria nell’assistenza svizzera ai rifugiati e si occupa di bambini e adolescenti deportati inviati in convalescenza nella Repubblica elvetica dopo la liberazione dai campi di concentramento. Trecento arrivano da Buchenwald. [...]

Per Thomas Geve l’incontro con Liselott Walz nel centro di Zugerberg, in un giorno d’estate del 1945, segna la fine di un lungo viaggio. Ha frequentato una scuola ebraica a Berlino fino al 1942. Come tutte le altre, quella scuola deve chiudere i battenti. A quel tempo ha dodici anni e si trova un lavoro al cimitero ebraico di Weissensee: una vera fortuna per lui, perché posticipa di qualche mese la data della deportazione sua e di sua madre. Il padre, medico, è emigrato in Inghilterra alla fine del 1938, ma tutti i suoi tentativi per farsi raggiungere in esilio dalla moglie e dal figlio restano infruttuosi. Il 29 giugno 1943 Thomas Geve è registrato come prigioniero nel campo di sterminio e di concentramento di Auschwitz. Classificato dalle SS fra gli abili al lavoro, entra a far parte del gruppo di giovani destinati a diventare muratori. La costruzione delle fabbriche della Buna I.G. Farben, collegate al campo di Auschwitz- Monowitz, richiede sempre nuova manodopera costretta ai lavori forzati. Nel gennaio del 1945, all’avvicinarsi dell’Armata Rossa, le SS cominciano a evacuare il campo di Auschwitz. Gettati in vagoni scoperti, Thomas Geve e altri prigionieri sono mandati a Buchenwald, passando prima dal campo di concentramento e di sterminio di Gross-Rosen, in Slesia. A Buchenwald riceve il numero di matricola 127158 e viene messo nel blocco dei bambini del Campo piccolo, il blocco 66. Questo campo, collocato ai piedi della collina, è separato da quello principale da reticolati di filo spinato e, dal 1942, costituisce l’area di quarantena per tutti i nuovi arrivati. Il Campo piccolo diventa ben presto un luogo gestito nella più completa improvvisazione, dove si ammassano a migliaia i nuovi prigionieri, provenienti sempre più numerosi da tutta Europa, facendo scoppiare le strutture di internamento di Buchenwald. Dapprima sistemati all’aperto, i prigionieri vengono poi raccolti in tende e quindi parcheggiati in primitive baracche di legno, che originariamente erano scuderie mobili costruite per quarantanove cavalli e in cui si accalcheranno fino a duemila uomini. Più di 14000 prigionieri vegetano e muoiono in quella cloaca umana durante gli ultimi cento giorni di esistenza del campo di Buchenwald.

L’11 aprile 1945, giorno della liberazione di Buchenwald, Thomas Geve, che è riuscito a nascondersi in tempo quando è stato impartito l’ordine di evacuazione, fa parte dei novecentotre bambini e adolescenti che escono vivi dal campo. È allora che comincia a disegnare quello che ha passato: vuole fare una relazione a suo padre, sotto forma di disegni, di tutto ciò che ha visto.

Una volta arrivato in Svizzera, nell’istituto di Zugerberg, completa il lavoro, per un totale di settantanove disegni. Due sono mappe accuratissime, eseguite come fossero vedute aeree, dei campi di Auschwitz-Birkenau e di Buchenwald. Altri illustrano, con didascalie di grande precisione lessicale, la vita quotidiana dei detenuti, il cibo, le malattie, il linguaggio del campo, i vari simboli per classificare i detenuti utilizzati dalle SS. Quei disegni colpiscono dritto al cuore Liselott Walz, che scrive nel
suo diario:

I ricordi del passato si ripresentavano sempre al loro animo, impressi in terribili immagini. I bambini più dotati potevano esprimersi scrivendo o disegnando, e ne traevano sollievo. Gli altri, invece, avevano bisogno di aiuto per superare tutto ciò. [Thomas Geve] ha disegnato tutto quello che ha vissuto. Mi ha affidato il suo quaderno di schizzi con il permesso di ricopiarlo. Ho ricopiato tutto. Anche i colori sono stati riprodotti fedelmente.

Liselott Walz ha ricalcato i disegni di Thomas Geve, li ha colorati e poi li ha incollati nel suo diario. Quel documento non attesta soltanto il grande interesse che nutriva per lui, ma ben di più. Esprime tutta l’attenzione che ha dedicato a quei bambini, a quegli adolescenti, per conoscere in profondità il loro destino, per capire come aiutarli, e comunque come poter offrire loro un barlume di speranza e di gioia di vivere.
Contrariamente alle abitudini invalse all’epoca nei centri per bambini vittime della guerra, Liselott Walz ha fondato tutto il suo lavoro con loro sulla sensibilità e sulla comprensione, invece che sulla sorveglianza e sulla disciplina. Nella relazione conclusiva del suo tirocinio scrive:

Ero forse una brava pedagogista? L’unica cosa che allora sapevo con certezza era che amavo profondamente quei bambini, pensavo a ciascuno di loro, individualmente, e riflettevo su cosa potessi fare per aiutarli. André, «il bambino della guerra », lo capivo così bene: lui che aveva una tremenda paura del buio e, ciò nonostante, veniva mandato nel ripostiglio (dove si metteva la biancheria sporca!) e un giorno ha cercato di impiccarsi per la paura e l’angoscia. Un’altra volta, una sera, mentre entravo nel dormitorio, René ha tentato di gettarsi dalla finestra. Ha rotto un vetro e, mentre cercavo di trattenerlo, ha cominciato precipitosamente a mangiarne le schegge. Sono riuscita a calmarlo e persino a ottenere che si mettesse a letto e ascoltasse con attenzione la storia che gli raccontavo. Purtroppo non sarebbe finita lì, e arrivò la capo infermiera accompagnata da un medico, con una siringa in mano, come nei manicomi. Vidi gli occhi di René spalancarsi e incupirsi di paura. Non feci altro che prendergli la mano. Mentre prima si era divincolato furiosamente, si è calmato di colpo, rassegnato, e con un accenno di sorriso mi ha mormorato: «Lo faccio per lei, sorella Liselott». Mi vennero le lacrime agli occhi, e in quell’istante ho desiderato ardentemente poter portare via con me l’adolescente e dargli ciò di cui aveva bisogno: fiducia, amore e comprensione. C’era un’altra cosa, a Neuhaus, a cui non riuscivo ad abituarmi: venivano serviti due pasti diversi alla stessa tavola! Farinata per i bambini e carne per le infermiere.

La relazione dettagliata, battuta a macchina, così prosegue:

I bambini vittime di guerra si somigliano, eppure sono tutti diversi l’uno dall’altro. Ci vengono mandati perché soffrono di stati d’angoscia o perché hanno tentato di fuggire dal centro di terapia… ma, per lo più, è dopo che sono arrivati da noi che diventano difficili da gestire. Non bisognerebbe mai mettere i bambini vittime di guerra insieme con altri bambini. I metodi educativi che valgono per gli uni non valgono per gli altri e non li si può applicare allo stesso modo. Vorrei tornare rapidamente sulle difficoltà incontrate. Il reparto di osservazione dove sono ricoverati i bambini affetti da malattie mentali deve essere un reparto chiuso. Ma l’unica ossessione di un bambino vittima di guerra che ha conosciuto la prigionia sarà quella di fuggire non appena vede un muro. Qualunque forma di costrizione gli sarà odiosa, e cercherà con ogni mezzo di evitarla. Forzerà una porta chiusa, romperà i vetri di una finestra. Questi bambini non hanno paura di nulla, sono così abituati alla morte che non arretrano nemmeno di fronte al suicidio pur di uscire da una situazione difficile. Ed è comprensibile. Sono bambini che hanno già lavorato in fabbrica, che sono stati prematuramente messi nella categoria degli adulti, una categoria alla quale in realtà non appartenevano. Sono bambini che hanno dovuto rimuovere la propria infanzia. Ma ecco che arrivano all’istituto infantile dove sono trattati come gli altri bambini, mandati a letto alle otto, senza alcun provvedimento speciale né considerazione del loro modo di vivere precedente. Si stenta a immaginare quanto sia difficile per ragazzini che sono stati totalmente abbandonati a se stessi essere trattati come bimbi piccoli. Ovviamente reagiscono ribellandosi, fanno il contrario di ciò che viene chiesto loro, si rifiutano di andare a letto, e vogliono essere trattati in un modo diverso da quello in uso nei centri per bambini che non hanno subito i traumi della guerra. Si sentono più grandi degli altri, e di fatto lo sono per via di ciò che hanno passato. Al tempo stesso, sono più infantili degli altri, perché devono esprimere quell’infanzia profondamente rimossa. Tutta l’arte dell’educatore consiste allora nel capire in quale momento il bambino che ha di fronte debba essere trattato come un adulto e in quale altro momento debba essere considerato un bambino. È infatti assolutamente necessario prendere in considerazione entrambi gli aspetti, poiché gli avvenimenti passati fanno sì che li abbiano entrambi in sé. Non bisogna mai trattare queste manifestazioni come fattori caratteriali, poiché la guerra ha provocato le cose più insolite. Questi bambini possono essere di una durezza inimmaginabile, con conseguenze spaventose, anche se sono dolci e hanno un bel carattere. Mentono e rubano, eppure sono onesti, solo che sono stati messi in situazioni di sopravvivenza e non possono capire da un giorno all’altro che ciò che andava bene ieri non va più bene oggi… La prima terapia da somministrare loro consiste nell’amarli, nel dimostrare che li capiamo e vogliamo aiutarli. Con infinita pazienza, bisogna rieducarli e soprattutto non punirli troppo. Nella maggior parte dei casi, infatti, la punizione è più nociva che utile. È molto meglio fargli capire che il loro errore ci ha causato innanzitutto preoccupazione. Ma la condizione preliminare rispetto a tutto ciò è naturalmente che questi bambini ci amino e che noi li amiamo. Aggiungerò infine un’ultima cosa: non bisogna rinchiuderli. Poiché per loro ogni muro è una costrizione insopportabile, se la prenderanno con qualunque serratura e faranno di tutto per scassinarla. Se invece si dà prova di fiducia nei loro confronti, faranno senza alcun dubbio tutto il possibile per mostrarsene degni. Bisogna tentare l’esperimento della fiducia con loro, anche se il rischio di fallire esiste.

Le note della relazione di tirocinio di Liselott Walz non ci offrono solo un’analisi dei metodi freddi e distaccati del sistema di assistenza allora applicato con i bambini vittime della guerra, [...] ma ci permettono anche di aprire gli occhi sulle sofferenze di quei bambini, sofferenze che non sono automaticamente finite il giorno in cui i campi sono stati liberati.
In Thomas Geve tale sofferenza si è espressa attraverso questi disegni, eseguiti con un distacco fattuale privo di ogni pathos. Essi spiegano senza alcun sentimentalismo, né altro appello alla morale, il funzionamento dei campi, così come si potrebbe spiegare il funzionamento di una macchina o lo svolgersi di un esperimento: le cose andavano in questo modo, e poi in questo modo, e così via… all’infinito. Ogni disegno è un’incisione chirurgica, la laconica rappresentazione dell’inflessibilità e dell’assurdo. Quando Thomas Geve delinea la mappa del campo di Buchenwald, disegna un occhio sulla torretta che si erge sopra l’ingresso. Un occhio che vede e osserva tutto contemporaneamente. Come se uno sguardo umano e disumano avesse guidato la matita del sedicenne. Da questi disegni, ultimati il 7 luglio 1945 nel convalescenziario infantile di Zugerberg, scaturisce una testimonianza che può essere considerata il corrispettivo in termini visivi di quella di Anna Frank. Testimonianza che vede la luce quando Anna Frank è appena sprofondata per sempre nel silenzio delle tenebre. È forse questo il motivo per cui la gente ha distolto così a lungo gli occhi da questi disegni…

*Volkhard Knigge è il Direttore della Fondazione dei memoriali di Buchenwald e Mittelbau Dora.

 

Il libro


Qui non ci sono bambini - copertina

Thomas Geve


Qui non ci sono bambini


2011
Frontiere
pp. 186
€ 24,00
ISBN 9788806203481

Traduzione di Margherita Botto

Thomas Geve è poco più di un bambino quando viene deportato ad Auschwitz: è uno dei più giovani internati del campo. È nell'età in cui si inizia a conoscere meglio il mondo e a guardarsi attorno.
Il giorno della liberazione, nell'aprile del 1945, raccoglie le poche residue forze per fissare su carta ciò che ha vissuto.
Trasformando il retro dei formulari delle SS nei 79 disegni che compongono questa testimonianza, Thomas affronta il male assoluto con le uniche armi che ha a disposizione un bambino: la curiosità, la speranza e alcune matite colorate.

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