Carlo Fruttero se n'è andato a 85 anni nella sua casa di Roccamare, dieci anni dopo la morte del suo compagno d'avventure letterarie ed editoriali Franco Lucentini.
Uno dei temi che percorsero il lavoro della «ditta» F&L fu quello della fantascienza e del fantastico: la curatela di quattro antologie per Einaudi e la direzione, per Mondadori, della celebre collana «Urania».
Proprio dell'esperienza di «Urania» (e del potere profetico della fantascienza) tratta questo breve estratto da I ferri del mestiere, che vi proponiamo come omaggio a un grande autore.
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«Urania». 50 anni di profezie
di Carlo Fruttero
Poco piú di un anno fa (2001) il telefono squillò a casa mia verso le due del pomeriggio. Chiamava da Vigevano, dove abita, il mio vecchio amico Lodovico Terzi. «Hai la televisione accesa? Stai vedendo?» Non stavo vedendo. «Accendi subito, succede una cosa incredibile, pura “Urania”».
Era l’11 settembre e quello che scorreva sullo schermo era effettivamente una copertina di «Urania», due grattacieli stroncati da due aerei, fiamme, fumo, gente che si gettava dalle finestre, l’America under attack. Di scene del genere ne avevamo lette e pubblicate non poche nel corso degli anni. Gli attaccanti potevano essere extraterrestri ovvero sovietici, una setta segreta con vertiginose ambizioni di conquista mondiale ovvero un gigantesco asteroide. Ma l’immagine era quella, lievemente, come dire, démodée, archiviata nella memoria di tutti i lettori di «Urania», la rivista di fantascienza «piú famosa» (diceva lo slogan di copertina), che oggi compie cinquant’anni.
Per un pezzo ne fummo, Lucentini e io, i curatori, con saltuarie collaborazioni di Lodovico Terzi. Ora però cerchiamo di precisare un po’ il quadro. Lodovico vive tra gli antichi muri di una splendida cittadina dell’Italia settentrionale, che ha un grandioso passato, un Gian Galeazzo Visconti, una piazza Ducale tra le piú sensazionali d’Italia, per non dire del mondo. Da un simile concentrato di Storia, un tranquillo cittadino di oggi prende il telefono (Lodo non ha, non vuole il cellulare) e chiama un altro tranquillo cittadino di oggi, anch’egli privo di cellulare, per segnalargli un avvenimento che si svolge dall’altra parte dell’oceano ma che è visibile «in tempo reale» su una macchina da salotto e tuttavia collegata con satelliti rotanti nello spazio a folle velocità.
Già questo, basta pensarci un attimo, è non poco fantascientifico. Ma poi emergono altri particolari ancora piú «uranieschi». C’è un «cattivo» ricchissimo e fanatico che ha organizzato tutto, è un arabo con una lunga barba grigia, si nasconde chissà dove, forse tra le impervie montagne dell’Asia centrale. Subito il Presidente ordina che gli sia data la caccia, che venga preso dead or alive, e manda i suoi soldati a snidarlo tra grotte e burroni, in un territorio di marziana aridità. Ma intanto lettere contenenti il micidiale bacillo dell’antrace vengono diffuse negli Stati Uniti, gli uffici postali sono sorvegliati giorno e notte, le cassette delle lettere guardate a vista, i controlli sui passeggeri aerei si fanno stringenti, un viaggiatore viene scoperto con dell’esplosivo nascosto in un tacco...
Avremmo pubblicato un romanzo del genere su «Urania»? Certo, e anzi, l’abbiamo fatto piú di una volta. Ma non dico questo per sollevare la tediosa questione circa il valore profetico della fantascienza, su quante cioè delle sue previsioni si siano o no avverate. «Urania» non fu mai concepita e letta come una specie di manuale ad uso di maghi, veggenti, chiromanti. Con un occhio riconoscente ai due grandi precursori, Jules Verne e H. G. Wells, si trattò sempre soltanto di ipotesi, estrapolazioni, intuizioni piú o meno plausibili, scritte piú o meno bene, con un fondamento scientifico, sociologico, politico piú o meno coerente.
Ma di fronte al crollo delle Torri Gemelle di New York il lettore abituale di «Urania» non può essere caduto totalmente dalle nuvole. Terribile, straziante spettacolo. Eppure possibile, e in senso lato prevedibile.
Il fatto è che al di là dei dettagli, di ogni caso specifico, «Urania», tutta la fantascienza, ha avuto la funzione (si potrebbe dire il merito?) di far pervenire ai suoi lettori un rintocco in assonanza con quello celebre del poeta John Donne, «per chi suona la campana». Nessuno è al sicuro, nessuno si salva, la nostra civiltà è fragilissima e può crollare in ogni momento, anche nel modo brutale, figurativamente rozzo, di un aereo dirottato che centra un grattacielo, di una mano guantata che infila una busta velenosa in una cassetta postale.
Cosí va il mondo, cosí vanno tutti i mondi possibili e impossibili tra Vigevano e le piú remote galassie.
[2002].