Siamo sulla soglia di una rivoluzione: nelle prossime generazioni l'intervento della tecnica sarà di una tale invasività e forza da modificare tutto ciò che è legato alla nostra biologia, comprese nascita e morte. La morte da evento immodificabile, come è stato sempre in tutta la storia dell'uomo, si sta trasformando in evento dentro le nostre possibilità di scelta.
Aldo Schiavone, L'uomo e il suo destino in Che cosa vuol dire morire
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È una morte nuova, una morte moderna i cui tempi sono dettati da medici e terapie, quella a cui ci hanno messo di fronte i casi di Eluana Englaro e Piergiorgio Welby. Casi che hanno suscitato l'immediata reazione di scienziati, uomini di Chiesa e politici. Solo i filosofi hanno taciuto. «Eppure ci sono domande che non possono più essere eluse, domande a cui la filosofia, più della religione e della politica è chiamata a rispondere perché è stata la filosofia, per prima, a formularle. Ci si può preparare alla morte? Esserne preparati aiuta ad andare incontro a una "buona morte"? E ancora: che cos'è diventata la morte nell'epoca della tecnica?» Così la curatrice Daniela Monti spiega l'origine di Che cosa vuol dire morire, volume che raccoglie le riflessioni di sei tra i più importanti filosofi italiani sul rapporto tra morte e uomo moderno.
«Cerchiamo di entrare nella morte a occhi aperti» diceva, nelle Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, l'imperatore ormai alla fine della sua vita. Non è così per l'uomo moderno, tanto impreparato di fronte alla morte da rimuoverne semplicemente il pensiero. Per questo in Che cosa vuol dire morire la filosofia vuole dare il suo contributo alla formazione di una nuova cultura della morte. Ne nascono sei riflessioni personali sul rapporto con la fine, la medicina e la malattia che pur giungendo a conclusioni diverse - al rifiuto dell'eutanasia del filosofo cattolico Giovanni Reale si contrappone la riflessione di Aldo Schiavone, che ipotizza un futuro in cui tutti sceglieranno come e quando morire - individuano alcuni punti fermi. Dalla necessità di riconoscere a ogni uomo la libertà di scegliere la sua fine alla consapevolezza che la tecnologia è davvero alleata dell'uomo solo se un'etica condivisa ne regola l'uso. E da tutti gli autori giunge forte l'appello a una presa di coscienza collettiva sui problemi che riguardano, oggi, la fine della vita.
Che cosa vuol dire morire è stato recensito sul Corriere della Sera e su Repubblica. «Un libro che non tratta semplicemente delle concezioni di fine vita contemporanee», ha scritto Armando Torno sul Corriere della Sera, «ma invita a riflettere con prospettive nuove sul mistero che accoglie l'uomo e del quale, per quanti sforzi faccia, sa poco». E Roberto Esposito su Repubblica: «Le riflessioni di Aldo Schiavone, Giovanni Reale, Remo Bodei, Roberta De Monticelli, Vito Mancuso ed Emanuele Severino, sollecitate dalle intelligenti domande della curatrice, rispondono a un'esigenza fortemente sentita. Che è quella di liberare la discussione sulla morte dai limiti specialistici del lessico medico o giuridico, situandola in un più ampio orizzonte di pensiero».