Alberto Garlini

«La legge dell’odio»


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Non si capiva bene la dinamica delle cause e degli effetti, gli urti e i rimbalzi, ma era stato in quel momento, col calore del fuoco, alla vista della Campagnola in fiamme e con le urla bestiali del camerata nelle orecchie, che Stefano aveva sentito un bisogno insopprimibile che gli saliva nelle vene, ed era entrato nell’estasi del combattimento. Il corpo, prima rattrappito dall’attesa e dalla paura, si distendeva ora con voluttà, la morte nel petto, la morte nelle mani, la morte nello scintillio piacevole dei pugni. Non aveva armi, il suo corpo era un proiettile di rabbia, che si fracassava sugli scudi dei celerini. Aveva preso botte e le aveva restituite, un tonfo in testa, un occhio che non ci vedeva, il sudore freddo, poi si era trovato a terra sopra un poliziotto stordito. Un pugno sul casco, un dolore atroce alle dita, e la pistola dell’agente che si sfilava dalla fondina ed entrava in suo possesso. Era vero che non capiva niente, ma era anche vero che si sentiva felice, che era nelle cose, insieme a loro, dentro di loro, confuso con loro. Nella confusione divina dell’azione.
La pistola gli bruciava chiusa nel pugno.
Il fuoco della Campagnola gli bruciava nell’anima.
Ora sono un guerriero, un guerriero. Potrei uccidere

Alberto Garlini, La legge dell'odio

***

È il maggio del 1985 e Franco Revel, teorico e militante dell’eversione «nera», siede al banco degli imputati del Tribunale di Milano. Obiettivo del processo è ripercorrere, attraverso il suo racconto, la trama sotterranea che attraversa la storia italiana per arrivare alla morte del giovane camerata friulano Stefano Guerra. Revel è «arrogante, provocatorio, reticente – scrive Benedetta Tobagi su Repubblica – come tanti personaggi reali visti sui banchi dei processi-monstre per le stragi». È lui il presunto assassino di Stefano.

Il 16 marzo di diciassette anni prima, Stefano Guerra è a Valle Giulia. Sta scappando dalla polizia che ha sfondato alla facoltà di Giurisprudenza e, finito per caso in un’aula vuota, uccide per paura un giovane comunista. È il suo primo omicidio, ed è l’inizio del suo infernale percorso di formazione: c’è anche Franco Revel quel giorno a Villa Giulia, e gli basta guardare Stefano per capire che ha davanti il perfetto combattente: è giovanissimo, feroce, arrabbiato. Sembra «portare dentro la rivoluzione».

Alternando la cronaca del percorso del «soldato» Stefano – ingranaggio straordinariamente efficace nel meccanismo perverso del terrorismo «nero» – e la deposizione di Revel, Garlini si fa carico di un punto di vista «scandaloso» per far luce sul fondo oscuro dei nostri anni peggiori.

Scrive Benedetta Tobagi: «Alberto Garlini affronta in forma di romanzo l’antropologia della destra eversiva, un mondo che ha segnato profondamente la nostra storia, ma resta opaco rispetto alla galassia del terrorismo di sinistra: pochi e molto contestati i pentiti “neri”, rari anche memoir e interviste. Sul terrorismo di destra perdura la coltre di omertà. […] Garlini contribuisce a colmare un vuoto di conoscenza e comprensione».

Ci sono voluti cinque anni per di studio e documentazione per ricostruire quel mondo, per riuscire a entrare nella psiche di un combattente nazifascista. Per ricreare, partendo dai documenti e dalle fonti storiche, un universo narrativo che sapesse dar conto del nostro passato recente ma che fosse anche libero dai vincoli rigidi della storiografia.

«Si tratta di un affresco potente e inedito, – scrive Gian Mario Villalta sul Messaggero Veneto, – dove prende forma, dentro un disegno perverso, ma plausibile, una parte della storia del nostro paese che resta ancora in gran parte oscura. La narrazione romanzesca permette a Garlini di reinventare la realtà, offrendone una coerente interpretazione attraverso un insonne lavoro di criptazione. Questa realtà, apertamente criptata e spesso appena velata con sapienza, mantiene la geometria della ricostruzione storica, pur sganciandosi dagli obblighi della storiografia e puntando sulle possibilità che la forza del romanzo, quando scorre implacabile, sa imprimere nell’immaginazione».
Eppure, come rileva Benedetta Tobagi, «è il dato umano, osceno e talvolta struggente, il cuore del romanzo, la sua forza. Garlini ci immerge negli aspetti più sconcertanti della psiche del protagonista». E ancora: «La legge dell’odio racconta con linguaggio vivido i bagliori di esaltazione e la quotidianità asfittica di “soldati” giovanissimi e sbandati, tra alcol, sesso e bravate, ragazzi che vogliono abbattere il sistema e vedono nell’“azione eroica” e nella “violenza purificatrice” l’unica possibilità di trovare un senso. Sentiamo pulsare la rabbia, l’ebbrezza quasi erotica della distruzione, la fascinazione per le armi e la morte.»

È d’accordo Villalta: «Leggendo questo libro, combattendo pagina dopo pagina con l’empatia che verso Stefano Guerra, dolorosamente acceso da una vitalità malata e visionaria, ci attrae, siamo costretti a fare i conti con noi stessi, prima di tutto, e poi con i grandi temi dell’educazione e della civiltà. Ma va detto che tutto questo avviene non come un pensiero separato dal vivo della nostra lettura, ma dentro una vicenda che trascina il lettore, lo irrita, lo commuove, lo esalta e lo mortifica senza dargli scampo dentro gli ingranaggi di un meccanismo narrativo di straordinaria efficacia».

La legge dell’odio è dunque un documento eccezionale ma è, prima di tutto, un eccezionale romanzo, nel quale convergono (e confliggono) i desideri e i sogni di una generazione e il fallimento di quelle che l’hanno preceduta. Come ancora nessuno aveva osato fare, Garlini ci racconta il paradosso di una società occidentale che, nel promuovere ideali di riscatto e autoaffermazione, ha aperto la strada all’orrore.

«La legge dell’odio – scrive ancora Villalta – si legge avidamente, trascinati in una folle fuga di desideri, crudeltà, di sogni, di inganni, di amore, di violenza e di morte, così feroce e incalzante che alla fine, dopo 800 pagine, avrete il desiderio di leggerne ancora».

Il libro


La legge dell'odio - copertina

Alberto Garlini


La legge dell'odio


2012
Stile libero Big
pp. 816
€ 22,00
ISBN 9788806203320

Dolente, osceno, irrimediabile.
Il romanzo che per la prima volta svela il fascino e l'orrore della violenza nera.

Per il ventenne Stefano Guerra la violenza è bellezza e l'odio una legge nuovissima e antica.
C'erano anche lui e i suoi camerati a combattere contro la polizia in un lontano giorno del 1968, in Italia, a Roma, a Valle Giulia. Da quel giorno la vita del giovanissimo neofascista coincide con l'illusione della rivoluzione e l'asservimento reale a ogni potere, fino alla strage. E mentre prosegue il suo percorso di carnefice, sempre piú disilluso, intorno a lui si snoda una storia che non avevamo mai letto. La storia segreta delle trame nere in Italia negli anni dal 1969 al 1972.
Una storia che si apre oggi a prospettive sconfinate e inquietanti. Perché mai un romanzo aveva saputo ritrarre con tanta forza il fiume selvaggio che scorre sotto la storia, le credenze, la politica.
Ed è sempre sul punto di tornare, sotto i nomi piú nuovi. E il suo cuore è sempre quello, batte anche in ciascuno di noi.
Alberto Garlini ne circoscrive, con precisione chirurgica, la sfuggente forma, raccontando il destino di personaggi umanissimi e veri, travolti come pagliuzze nella corrente, dall'Italia al Sudamerica e al mondo.

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